Il 12 Agosto 1944, alle prime luci dell’alba, circa trecento soldati delle SS invadono Sant’Anna di Stazzema, piccolo borgo della Versilia ai piedi delle Apuane meridionali. Un’azione coordinata di quattro distinte colonne che, guidate nel territorio da collaborazionisti del posto, accerchiano il paese da quattro punti diversi. Sant’Anna quel giorno conta più di mille persone; centinaia infatti sono gli sfollati che vi hanno trovato riparo, convinti della sicurezza di quella che lo stesso comando tedesco ha identificato come zona bianca. Al lancio dell’allarme, gli uomini si nascondono nei boschi temendo un rastrellamento; le loro famiglie rimangono in paese, convinte di essere risparmiate.

Più di cinquecentosessanta i civili uccisi quel giorno. Perlopiù donne, anziani e bambini, un centinaio dei quali non arriva ai quattordici anni. Picchiati, uccisi a colpi di mitra e di bombe a mano, poi bruciati. Uno dei più atroci crimini di guerra commessi ai danni dei civili durante la Seconda Guerra Mondiale. Un atto non di rappresaglia ma di puro terrorismo, per scongiurare ogni pericolo di appoggio ai partigiani da parte dei civili.

Oggi a Sant’Anna, sul vicino Col di Cava, a ricordare la strage del 12 Agosto 1944 sorge un monumento ossario, che raccoglie i resti delle vittime. Il sacrario è coronato da una scultura raffigurante un neonato che piange tra le braccia della madre morta. Dietro il monumento, incisi su una lastra, sono i nomi delle cinquecentosessanta vittime con accanto l’età, espressa a volte in anni, altre in mesi o in giorni. Colpisce la scritta che chiude la raccapricciante lista: “ed altri non identificati”.

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